C’è cattedrale e cattedrale

Chi aspettava dalla chiesa di Milano una risposta non timida al martirio di monsignor Padovese ha avuto una risposta solenne. Più di 350 sacerdoti a concelebrare e riflettere sul martirio e intorno tanti laici, anche giovani, universitari. Pieno il Duomo e molta gente sul sagrato, sotto al cielo grigio. Anche ragazzi, universitari. E’ Padovese che guida, a lui si guarda, l’omelia del cardinale Tettamanzi è un florilegio di citazioni.
Solo alla fine sono più dirette, dure, le parole di monsignor Ruggero Franceschini, il vescovo di Smirne che proprio non vuole “ingannare nessuno davanti a questa bara”. Dice che la chiesa di Anatolia è un “piccolo gregge disperso e ora anche colpito, sgomento, impaurito”, troppo fragile oggi “per fronteggiare il male che l’ha colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare almeno di esistere”. Ricorda che Padovese non aveva avuto paura ammonire i suoi figli: “Tra tutti i paesi di antica tradizione cristiana – aveva detto – nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo anziché rinnegarlo”.
La sveglia è data, l’impegno chiesto non generico: “Alle chiese sorelle chiediamo vocazioni: in particolare sacerdoti, religiosi e religiose… Venite a vivere il Vangelo, venite ad aiutarci a vivere, semplicemente”, ha concluso monsignor Franceschini. Il libretto della liturgia si chiude con una frase del vescovo ucciso: “In un’epoca di pluralismo il fare missione rinunciando a un’attitudine dominatrice pare essere vincente perché riproduce l’atteggiamento di Cristo”. Sulla sua immagine distribuita ai fedeli, si leggono invece le parole con cui, il 5 febbraio 2010 aveva ricordato don Santoro: “Mi piace rilevare che sia stato ucciso come simbolo, come realtà di sacerdote cattolico. Non è stata uccisa soltanto la persona, ma si è voluto colpire il simbolo che la persona rappresentava”.
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
